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Concetta Corace è la prima impiegata dell’associazione che lascia il lavoro per limite d’età.
Il primo settembre del 1947, di lunedì, alle sei del pomeriggio, Concetta Corace ha finito la sua prima giornata di lavoro nella sede del Commissariato Centrale dell’Asci e scende in via della Conciliazione ove spira un po’ di brezza e una grande illusione: quella, cioè, che i cattolici riusciranno a dare allo Stato e alla società italiana una architettura cristiana stabile e durevole. Dall’altra parte del Tevere, a via delle Botteghe Oscure, si lavora accanitamente per dare a quanti più italiani è possibile il bastone dell’ideologia per raggiungere in fretta una società più giusta e più libera. Intanto da domani lo zucchero costa 120 lire, ma il giornale si paga ancora 15 lire e la cartolina con gli «affettuosi saluti» e i «sinceri auguri» va ancora con tre lire. Al Viminale, dalle 17, il Consiglio dei Ministri si sta occupando delle nuove norme per l’epurazione dei funzionari dello Stato compromessi col fascismo e la notizia dell’ultima ora, cioè che la Russia ha ratificato il trattato di pace con l’Italia, entusiasma solo De Gasperi.
Concetta intanto è stata addetta ai «censimenti» annuali degli associati e a quel lavoro resterà fino al momento del congedo. In 30 anni nessun commissario centrale ha mai avuto il coraggio – ogni qualvolta si realizzava un progetto di ristrutturazione dell’ufficio – di spostarla ad altro incarico. Né Concetta ha mai chiesto di svolgere altre mansioni che pur potevano qualificarla – nell’ottica impiegatizia – su un piano più autorevole. Sempre le stesse carte, sempre le stesse annotazioni, ora un rigo più sù, ora un rigo più giù, ora a margine, ora in calce: esiste un lavoro più monotono di questo? Eppure Concetta non aveva bisogno di cambiare lavoro perché se ne era innamorata, e ogni anno le sembrava sempre più bello. Concetta scopriva – proprio come gli innamorati – a poco a poco la bellezza del suo lavoro che, in fondo, era una piccola cosa. Ma, alcuni secoli or sono, ci fu Chi, sulle pendici della verde Umbria, fece capire per la prima volta all’umanità che innamorarsi delle piccole cose vuol dire innamorarsi di Dio. Così, giorno dopo giorno, per 30 anni Concetta ha svolto una sua silenziosa sessione da campo scuola, ove – senza l’avallo della Formazione Capi e senza l’investitura del Consiglio Generale – in fervore di spirito e con animo incantato, ha fatto vedere a tutti noi come si può ridurre l’immensa distanza tra il cielo e la terra.
Mentre Concetta lascia il suo lavoro, fuori le ricette sono cambiate: in via della Conciliazione, in fondo a via della Conciliazione, si rinuncia a proporre modelli prefabbricati e ad autenticare e privilegiare strutture politiche e sociali; e a via delle Botteghe Oscure si è capito che le ideologie vanno perdendo la loro forza unitaria per il continuo fermentare delle eresie e per le incarnazioni storiche che le ideologie hanno avuto. Fuori, mentre Concetta per l’ultima volta lucida, con gli occhi e col pensiero, la maniglia, il semicerchio di ottone del suo schedario, l’umanità vive una storia accellerata dalle tensioni e dalla paura.
Ed è qui che la testimonianza di Concetta deve lasciar perplessi; perché l’amore per le piccole cose è il segno della pace e, quando questo dura tutta una vita è un modo – forse il più semplice ed il più efficace, ma certamente assai cristiano – per annodare su questa terra, con fili invisibili, il finito all’infinito.
Carlo Braca
