Una scheggia di stella

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Quando ho conosciuto Carlo lui era già “grande”, aveva già servito nell’ASCI spendendo le sue qualità e la sua inesauribile sorgente di intuizioni.

Io venivo dall’AGI e si stava per giungere alla fusione delle due associazioni. Mentre da altre parti si sentivano giudizi e suggerimenti disparati e contraddittori lui, Carlo, parlava con pacatezza cercando di aiutare una nascita difficile eppure necessaria. La fusione avvenne e di lì cominciò anche una certa frattura in seno alla nuova associazione: una ferita ancora sanguinante e segno di poca speranza.
In questa occasione iniziò la mia amicizia con Carlo, un’amicizia strana perché molto profonda anche se segnata da incontri così sporadici, affidati soltanto alle necessità associative, un’amicizia che per me, più anziano di lui, diventava di volta in volta, una lezione di vita e di fede.

Era sempre interessante parlare con lui e ascoltare quel suo discorrere sereno dove l’arguzia e il sorriso davano l’idea dei valori più veri, sfrondando gli inutili e dannosi sottintesi o gli elementi di disturbo. Dalle sue parole emergeva sempre l’idea più importante, ciò che era più valido, la passione per l’educazione dei ragazzi, il desiderio di offrire quegli ideali che in lui erano il senso del suo vivere: la diversità e la contrapposizione di idee e di intenti non andavano mai a distruggere quell’intesa e quindi la collaborazione che si fondava sugli ideali più profondi. In fondo c’era sempre la battuta spiritosa e affettuosa che ridimensionava le cose dette: c’era una comunione di spirito che superava ogni distanza e rendeva più ricca la decisione presa.

Ben presto poi cominciò la malattia, terribile e inesorabile che ogni giorno devastava il suo corpo facendogli perdere «tante, veramente tante attitudini e facoltà necessarie per vivere». Ma la malattia diventò la compagna fedele di Carlo, la sua consigliera, la mano amica che lo guidò nella lettura della sua vita sempre più ridotta fisicamente e sempre più ricca spiritualmente. Carlo diventò l’amico di fede, la persona lontana geograficamente ma sempre più vicina.

Una volta sono riuscito a raggiungerlo nella sua casa: mi fece vedere come aveva adattato il suo letto così da poter vedere sopra la testa un brandello di cielo, una stella nelle lunghe notti insonni. Man mano che cresceva la violenza distruttiva della malattia, cresceva la forza della sua fede, la certezza di un senso e di un valore in questa situazione altrimenti disperata.

In una sua lettera parla di sé «mentre aspetta sulla panchina, accovacciato ai piedi del Signore, che passi l’autobus Salerno-Eternità». E non sono parole! Sono pezzi di vita, sono descrizioni trasparenti di una fede che si direbbe ingenua se non avesse solidi fondamenti culturali e non fosse incarnata in sofferenze e limitazioni umilianti oltreché fisicamente dolorose.

L’ho visto l’ultima volta ai Piani di Pezza, alla grande route nazionale; era venuto per dire la sua adesione, il suo essere ancora e sempre scout fedele all’AGESCI, per dire ai giovani il senso del vivere anche quando la morte ha già conquistato più della metà della vita: la sua presenza forse non venne avvertita da tutti – nemmeno dal Papa al quale si voleva presentarlo – ma lasciò su quel terreno un seme che non può non dare i suoi frutti.

Il suo grido di vittoria lo ha dedicato agli amici nel convegno quadri del dicembre 1985: «ho la prova che l’uomo è immortale!». Tutta la lettera riportata qui a fianco è come il suo testamento spirituale. La finezza d’animo, resa ancora più delicata dalla lunga sofferenza, la fede forte e decisa, il suo «vedere l’invisibile », l’amore per tutti coloro con i quali si è incontrato, diventano nel suo spirito sorgente di una poesia che è l’espressione più vera e più luminosa della sua personalità.

Quella «minutissima scheggia di stella» che ha ferito il suo occhio entri anche nel nostro, di amici e di fratelli nello Scautismo, e anche in noi e in chi nemmeno lo ha conosciuto sia il perenne richiamo di una luce infinita da vedere e godere da ora, e da trasmettere agli altri. Se lo Scautismo è capace di generare simili personalità, si può ancora credere e lavorare e soffrire perché continui, e continui in questa meravigliosa e dura strada di amore di fede di morte e di vita.

don Giorgio Basadonna

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